Le cifre della spesa militare

IN ITALIA – dati SIPRI – (1) Nel 2010 si sono spesi, per le spese militari:

27 MILIARDi DI EURO (38 miliardi di dollari), pari a: 76 milioni di Euro al giorno; 3 milioni di Euro ogni ora; 50 mila Euro al minuto. Nel 2011 (…..) uno schieramento bipartisan ha stanziato 8OO milioni di Euro per la guerra in Afghanistan (dopo avere già speso 3 miliardi).

L’Italia ha speso, ogni mese, 100 milioni di Euro per la seconda guerra coloniale in Libia.

Ogni anno l’Italia spende nel militare l’equivalente di una grossa finanziaria.

La spesa militare di un solo giorno equivale ai salari annui lordi di 3.OOO lavoratori

l Parlamento italiano ha approvato di spendere per i prossimi anni, 17 miliardi di Euro per 131 Caccia bombardieri F. 35 .

Il Governo ha impegnato, dal 2011 al 2019, 46 MILIARDI e mezzo di Euro per i programmi pluriennali di sistemi d’arma per navi, cacciabombardieri, elicotteri, fregate, sommergibili e veicoli blindati.

Contro la revisione delle spese militari si batte da tempo una potente lobby politico-militare-industriale,

la sola che non risente mai delle crisi economiche!

NEL MONDO – Nel 2010 si sono spesi per gli armamenti:

1630 miliardi di dollari, pari a:

4,5 miliardi di dollari al giorno

186 milioni di dollari ogni ora

3 milioni di dollari al minuto.

La spesa militare mondiale nel 2010 supera del 50% quella del 2001 ed è aumentata di 20 miliardi di dollari rispetto al 2009; ciò è dovuto quasi interamente alla crescita della spesa militare statunitense.

GLI U.S.A. spendono 7OO miliardi di dollari pari al 43% della spesa globale; seguono CINA, Gran Bretagna, Francia, Russia, Giappone, Arabia Saudita, Germania, India e Italia.

Questi dieci Paesi, totalizzano i tre quarti della spesa militare complessiva dei 171 paesi censiti dal SIPRI.

E intanto, alla riunione dei G. 8 del 2009 all’Aquila, Obama e gli altri avevano promesso 2O miliardi di dollari (mai dati) per combattere la fame che colpisce un miliardo di persone.

(1)Sipri – Istituto Internazionale di Ricerche per la pace – Stoccolma.

spese militari

Spese militari, una scelta sbagliata, un immane spreco

Nei primi mesi del 2012 si è vista in Italia una larga mobilitazione al fine di mettere uno stop alla costruzione degli aerei caccia bombardieri nucleari F35 e più in generale alle spese militari, che hanno visto attive la campagna Sbilanciamoci, la Tavola per la pace, la Rete Lilliput e Unimondo, con manifestazioni nelle piazze italiane e la consegna di migliaia di firme al Governo Italiano. (…..)

Governi di destra e di centro sinistra e ora quello “tecnico” di Monti si sono alternati, dal 1998 ad oggi, al programma di acquisto di questi aerei che costano 130 milioni di dollari l’uno e che saranno consegnati entro la metà del 2013.

La base militare siciliana di Sigonella sarà, entro il 2017, per la sua centralità nel Mediterraneo, il più importante Centro di comando Nato e la capitale mondiale dei velivoli senza pilota, per un nuovo Sistema di sorveglianza terrestre al fine di individuare gli obiettivi e dirigere i bombardamenti dei caccia.

Le scelte di guerra degli ultimi vent’anni (Balcani, Medio Oriente, Somalia, Irak, Afghanistan, Libia) non hanno certo migliorato le sorti e la sicurezza nel mondo, mentre s’ intravvedono all’orizzonte altri possibili interventi (Iran, Siria).

L’industria bellica non è mai in recessione, anzi incrementa il PIL nazionale!

Ma, secondo Legambiente, per ogni posto di lavoro creato dalla industria militare se ne possono creare tre con gli stessi soldi. Ricordiamo che con 17 miliardi di Euro (il costo di 131 caccia F35) si potrebbero mettere in sicurezza 14 mila scuole italiane ancora oggi prive di norme antincendio, antisismiche e di staticità, attivando così 30 mila posti di lavoro; con il costo di un solo caccia-bombardiere F.35 (oltre 100 milioni di Euro) si potrebbero aprire 143 asili nido e dare lavoro a oltre duemila educatrici.

E’ difficile trovare sulla stampa notizie su questi temi, spesso sottaciuti con buona pace della informazione ai cittadini che si vedono invece pesantemente taglieggiare i servizi essenziali come scuola e sanità, per non parlare della ricerca e della cultura. Registriamo con piacere che il Consiglio Comunale di R.E. ha votato per l’azzeramento del programma di acquisto degli F35 e per destinare le risorse risparmiate a iniziative di pace e sociali.

Anche la nostra Associazione, in sintonia con la forte tradizione ecopacifista del movimento ambientalista, vuole dare un contributo al fine di allargare la conoscenza su questi temi, presentando alcuni dati e due autorevoli scritti di Alex Zanotelli e di Gino Strada che sono intervenuti durante l’ultimo conflitto in Libia, cui l’Italia ha partecipato mettendo a disposizione basi militari e bombardieri, in aperto contrasto col dettato costituzionale.

 Giovanna Boiardi

F 35

Inquinamento e salute

L’inquinamento ambientale può interessare l’aria che respiriamo, l’acqua, il suolo e gli alimenti. Qui ci limiteremo a fornire qualche indicazione sull’inquinamento dell’aria ed in particolare delle particelle sospese nell’aria (particolato, aerosol).

Cosa si intende per PM10, PM2.5, PM1 e particelle ultrafini?

Col termine PM10, PM2.5, PM1 si intende la massa delle particelle (aerosol) contenute in un metro cubo di aria, che hanno un diametro minore di 10, 2.5, ed 1 micron ( 1 micron = 1/1000 mm). (…..)

Inoltre si parla frequentemente di particelle ultrafini, che hanno un diametro minore di 0.1 micron.

Queste particelle possono essere emesse direttamente da molteplici sorgenti, quali i processi di combustione (autoveicoli, riscaldamento, attività industriale), nel qual caso si parla di aerosol primario. Si possono però formare anche in atmosfera con reazioni chimiche fra composti gassosi o vapori, emessi sia dalla attività umana (biossido di zolfo, ossidi di azoto) o da sorgenti naturali (terpeni emessi dalle piante).

Le particelle ultrafini costituiscono circa l’80% in numero delle particelle in un ambiente urbano, ma il loro contributo alla massa dell’aerosol è trascurabile, per le loro dimensioni estremamente piccole.

Il parametro utilizzato attualmente per la valutazione della qualità dell’aria, basato sulla concentrazione in massa del particolato (PM2.5, PM10), non è adeguato per monitorare gli effetti sulla salute determinati da queste particelle. Studi tossicologici ed epidemiologici evidenziano che la concentrazione in numero delle particelle ultrafini presenti nell’aria e la loro composizione chimica, è il più importante parametro per valutare il loro effetto sulla salute.

Perché le particelle ultrafini sono dannose per la popolazione?

Premesso che gli effetti negativi sulla salute non sono uguali per tutti e che bambini (i cui polmoni ancora in fase di sviluppo sono più suscettibili ad episodi infettivi bronchiali) ed anziani ne ricevono un danno maggiore, si possono distinguere effetti a breve termine (incremento della morbilità, dimostrata dall’incremento dei ricoveri ospedalieri; incremento della mortalità in presenza di un aumento del livello di inquinamento), oppure a lungo termine (per esempio danni permanenti all’apparato cardio-vascolare). Se si considera la zona dell’apparato respiratorio dotato di ciglia, le particelle possono essere in parte rimosse. Quindi una particella “grande” (> di 1 micron) che si deposita nelle vie respiratorie superiori può essere rimossa dalle ciglia, e non produce danni.

Le particelle ultrafini (ne inspiriamo ogni giorno circa 100 miliardi), si depositano nell’apparato respiratorio dell’uomo con elevata efficienza, sia nella regione extra-toracica (naso, bocca), che nella regione alveolare.

6 Gli alveoli polmonari non sono forniti di ciglia, e quindi le particelle depositate non vengono rimosse. Le particelle piccole hanno una elevata capacità di assorbimento di inquinanti, e nelle zone dove si depositano possono produrre effetti negativi (effetti infiammatori, tossici, mutageni). Inoltre possono passare nella circolazione sanguigna e raggiungere vari organi periferici (reni, fegato, vescica). Le particelle ultrafini depositate nella mucosa nasale possono trasferirsi attraverso i nervi olfattivi al cervello.

La patologia osservata a livello di mucosa nasale e cervello in soggetti esposti ad elevato inquinamento presenta analogie con la patologia di Alzheimer.

E’ stata evidenziata una associazione tra esposizione a lungo termine a traffico autoveicolare ed aterosclerosi.

Gli effetti negativi sulla salute sono più elevati per persone che vivono in prossimità di strade ad elevato traffico.

Come varia l’inquinamento dell’aria esterna ?

Non vi è uniformità dell’inquinamento dell’aria nel territorio provinciale, e ciò può essere confermato dal confronto tra i dati forniti dalle centraline di monitoraggio dell’ARPA, localizzate ad esempio a Febbio (stazione montana), e quelli nell’area urbana di Reggio. Vi sono però situazioni, che andrebbero approfondite, in cui i dati forniti dalle centraline appaiono anomali. Ad esempio la centralina di S.Rocco (Guastalla), classificata come “stazione rurale” ha registrato nel 2011 ben 72 giorni di superamento del valore limite del PM10 (50 microgrammi/ m3),

paragonabile al numero di superamenti in Viale Timavo (86), e maggiore dei valori della altre zone urbane di Reggio.

Nel corso del 2012, nel periodo gennaio-aprile, nelle stazioni di monitoraggio di Viale Timavo, S.Rocco, S.Lazzaro, i superamenti sono stati rispettivamente 57, 45, e 39, cioè si è già superato il valore massimo annuale (35) fissato dalla normativa.

Per quanto riguarda l’andamento annuale e giornaliero dell’inquinamento, si può dire che in generale in tutte le stazioni la concentrazione degli inquinanti è maggiore nel periodo invernale (tranne che per ozono) rispetto al periodo estivo, e che l’andamento giornaliero mostra valori più elevati verso le 7-8 del mattino, e le 19-20 serali. L’ozono invece ha i valori più elevati nelle ore di massima insolazione.

E’ importante l’inquinamento in ambienti chiusi?

Ai fini della valutazione dei danni alla salute va tenuto presente che ogni individuo nel corso della giornata trascorre il proprio tempo in ambienti diversi (abitazione, mezzi di trasporto, ambiente di lavoro, scuola, ecc.) e quindi gli inquinanti inspirati da una persona non coincidono con i valori medi misurati nell’ambiente dalle centraline. Si parla pertanto di “esposizione personale”.

Negli ambienti “chiusi” sopra citati possono essere presenti, oltre alle particelle ultrafini, composti gassosi e vapori, quali ossido di carbonio, biossido di azoto ed eventualmente benzene, naftalina, formaldeide. In ambiente domestico, oltre alle particelle e gas prodotti durante la cottura dei cibi, vanno considerati anche vapori emessi dai prodotti utilizzati per la pulizia. E’ evidente inoltre che in ambienti domestici il fumo di sigaretta dovrebbe essere assolutamente evitato.

Frequentemente negli ambienti chiusi, come evidenziato da ricerche pubblicate, le concentrazioni di alcuni inquinanti sono più elevati rispetto ai valori esterni. Questo vale anche per la maggior parte delle scuole, dove bambini e giovani trascorrono parecchie ore della giornata. Sarebbe pertanto importante localizzare gli edifici scolastici lontani da strade con traffico autoveicolare e dotarle di adeguati sistemi di ventilazione.

Gianni Santachiara

salute

Lo spreco non va in crisi

(da una ricerca di Sloow Food)

Lo spreco degli alimenti nel mondo occidentale sta assumendo una tale importanza che la Commissione europea ha proclamato il 2014 anno europeo contro lo spreco alimentare.

I numeri di questo fenomeno sono tali che la Commissione ha votato una risoluzione con la quale si impegna a definire degli obiettivi specifici di prevenzione dello spreco degli alimenti.

E’ utile partire dai numeri: nel mondo si gettano ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di prodotti ancora perfettamente commestibili per un valore stimato oltre 100 milioni di Euro. Altro dato impressionante: 222 milioni di tonnellate all’anno è la quantità di cibo buttata dai consumatori occidentali pari all’intera produzione alimentare dell’Africa subsahariana.

In Europa e negli Stati Uniti più del 40% degli sprechi avviene tra gi scaffali dei negozi e il frigorifero di casa, dove si gettano confezioni leggermente ammaccate e cibi dimenticati nel congelatore. In Africa e nelle aree più povere del Sud Est asiatico si perde quasi la metà degli alimenti a causa di magazzini inadeguati, temperature estreme e tecnologie di conservazione antidiluviane. Una volta arrivato nella dispensa di casa però, il cibo è sacro, contrariamente a quanto accade nei paesi occidentali “ricchi”.

Secondo la Fao, ogni europeo getta 179 chili di alimenti e assieme a questi alimenti sono sprecate anche all’energia e l’acqua che sono servite per produrli. Nel 2010 in Italia si sono persi in questo modo 12 miliardi di metri cubi di acqua virtuale, ovvero , quella contenuta nei prodotti o usata per produrli, equivalente a un decimo della portata dell’ Adriatico.

A livello domestico, in Italia, si spreca mediamente il 17% dei prodotto ortofrutticoli acquistati, il 15% di pesce, il 28% di pasta e pane, il 29% di uova, il 30% di carne e il 32% di latticini. Da un punto di vista economico per una famiglia italiana lo sperpero alimentare significa una perdita di 1.693 Euro all’anno.

Secondo la Coldiretti sarebbe sufficiente il 20% del cibo che ogni giorno viene sprecato per sfamare quegli otto milioni di italiani poveri (dati stimati da Caritas), il 13,8% della popolazione.

Secondo Slow Food, il rimedio a questo problema globale non sta nell’aumentare la produzione di cibo nel 5 mondo, ma nel mettere in atto progetti concreti per ridurre lo spreco. Incrementare ulteriormente la quantità di cibo, infatti significherebbe aumentare le monocolture e gli allevamenti

intensivi, un agroalimentare industralizzato e poco sostenibile che danneggia popoli e ambiente. La soluzione non sta dunque nell’aumentare lo sfruttamento della terra, ma nel cercare delle vie alternative. Da un lato rincuora sapere che le soluzioni ci sono e stanno nelle economie locali, nelle reti dei piccoli produttori e nei sistemi di produzione efficienti.

Educare e orientare il consumatore è l’unico modo di provare a ridurre gli sprechi e correggere i gravi danni prodotti dall’agroindustria.

Per tutti questi motivi Slow Food Pîemonte e Valle d’Aosta hanno firmato un protocollo d’intesa con Last Minute Market (1) volto a ridurre gli sprechi alimentari nelle due regioni.

1)   Vedi “Libro nero sugli sprechi dei cibi”, edizioni Ambiente di Andrea Segrè, presidente di Last Minute Market, che ha avviato nel 2010 la campagna “un anno contro lo spreco” – www.unannocontrolospreco. org.

slow-food-logo

Polenta e altre delizie nel tempio del sapere

Abbiamo mangiato proprio della buona polenta all’Università, e non solo quella ma tanto altro ancora: già, uno sente parlare di un convegno all’Università e magari gira al largo perché, che diamine, il sabato preferisce fare una vasca, andare per negozi, rilassarsi…e non immagina nemmeno quello che si perde.

Il convegno che si è tenuto sabato sulla terra come bene comune da difendere (…..) è stata un’ autentica botta di vita. Dopo il buffet con degustazione di vini e cibi buoni offerti da produttori locali, mi sono sentita invasa da un sentimento fraterno nei confronti di tutti i presenti e da una contagiosa allegria ma le sensazioni calde e confortevoli non si sono limitate al momento della convivialità. Le ore trascorse nell’ aula 2 sono state coinvolgenti e appassionanti anche perché gli argomenti trattati ci riguardano tutti molto da vicino.

Di che cosa si è parlato? Sono stati proposti modelli economici diversi da quelli dominanti nello sfruttamento della terra per la produzione di cibo. Le esperienze che sono state illustrate sono affascinanti e il bello è che si può facilmente usufruirne, si può verificarle in quanto appartengono a realtà vicine a noi: Modena, Mantova, Cremona, Milano!

Che cosa cercano di fare in queste realtà? E’ presto detto: cercano di trattare con rispetto prima la terra che ci deve nutrire, poi chi la lavora, infine chi acquista il cibo. Ripeto: rispetto e non sete di profitto a tutti i costi, infischiandosene della terra, dei lavoratori, dei consumatori.

E noi, sperimentando nuove pratiche partecipative, possiamo riprenderci il controllo del territorio e trasformare piccole porzioni di vita economica in modo sano che poi risulterà anche competitivo perché conveniente. Per realizzare tutto ciò è ovviamente necessario lavorare in rete ed inserirvi chi fa economia solidale.

Chi vuol saperne di più può agevolmente informarsi digitando semplicemente CONVEGNO TERRE DI REGGIO EMILIA e potrà anche trovare il modo di rifornirsi di prodotti a km.0 in cooperative locali, le stesse che ieri ci hanno deliziato rimpinzandoci generosamente con i loro prodotti sani.

polenta

Raffaella Savastano

E’ nata a Reggio Emilia la Rete Acqua Suolo

La Rete è nata all’interno di un progetto iniziato due anni fa da Laboratorio Terre con l’obiettivo di creare un Distretto di economia solidale, che ha costituito cinque tavoli progettuali e di lavoro: Rete Acqua suolo, finanza etica, energia, luoghi e mercati di scambio, relazioni, comunicazione, formazione. Rete Acqua suolo, finanza etica, energia, luoghi e mercati di scambio, relazioni, comunicazione, formazione.

Il progetto di RETE ACQUA SUOLO ha per obiettivo l’accesso, la difesa e la valorizzazione della Terra e di chi la lavora come strada efficace contro la cementificazione del territorio e per modelli di sviluppo nuovi. (….) Elaborazione di proposte e progetti per dare valore al bene pubblico, valorizzando i benefici per la comunità e proporre idee e valori.

La prima attività di rilievo che la Rete ha promosso è stato il convegno “Terre di Reggio” organizzato il 28 Gennaio 2012 presso l’università e che ha avuto un riscontro positivo da parte degli oltre 150 partecipanti. Il convegno ha fornito proposte ed esperienze concrete che occorre continuare a conoscere e con cui restare in rete; bisogna capire quali sono le priorità a Reggio Emilia per affrontare il tema “Accesso alla Terra”.

Vista la molteplicità di iniziative e di tematiche si sta cercando ora di far decollare tre gruppi di lavoro:

1° gruppo sulla mappatura dei terreni pubblici e non solo, coi seguenti obiettivi:

– Approfondimento della legge sulla privatizzazione dei beni demaniali di recente emanazione cercando di capire come Comune e Provincia di R.E. si stanno muovendo su questo tema e più in generale sulla vendita dei beni pubblici.

– Partecipazione alla rete regionale e nazionale “Accesso alla Terra” e promozione della relativa campagna di mobilitazione e sensibilizzazione.

– Compiere una prima mappatura di terreni a Reggio Emilia a partire da quelli pubblici e di enti particolari (bonifica…).

– Elaborazione di proposte e progetti per dare valore al bene pubblico (orti urbani, fattorie didattiche e terapeutiche, zone di riqualificazione ambientale e di socializzazione), e della valorizzazione della presenza contadina.

– Predisposizione di un documento di orientamento per aggregare altri soggetti sensibili in vista di un successivo confronto con i sindaci dei comuni della provincia interessati.

2° gruppo su formazione e informazione e contatti con altre realtà regionali e nazionali:

– Progettare percorsi formativi e di sensibilizzazione, nonché valorizzare le proposte già presenti sul territorio.

– Coordinare le attività reggiane legate al percorso Kuminda sul diritto al cibo di cui facciamo parte; in particolare ci si propone di promuovere un convegno-seminario che ragioni su come favorire la difesa della terra e della ruralità valorizzando esperienze concrete e innovative. Si è costituito a questo proposito un gruppo di lavoro tra Parma e Reggio su agricoltura e sovranità alimentare.

– Intessere relazioni con le esperienze e le reti italiane emerse nel convegno di Gennaio sull’accesso alla terra e sull’acquisto collettivo di terreni.

3° gruppo sullo studio delle problematiche giuridico – fiscali per esperienze di acquisto collettivo di terreni.

Si segnala che su queste ipotesi di iniziative si è avviato un rapporto con l’Assessore all’agricoltura della Provincia di Reggio che ha dichiarato la volontà di collaborare e di produrre sinergie con i progetti stessi che la Provincia sta promuovendo (bio-diversità, sostegno a giovani agricoltori e piccole imprese…).

Della Rete fanno parte il R.U.R.E. , WWF, Il movimento per l’acqua bene comune, La collina, Dinamica, Laboratorio terre, Il Gabbiano, Gruppi di acquisto solidale – G.A.S.

bene comune

La vigna di Via Lombroso (primo articolo)

La gente di Reggio ha sempre fatto il vino e sempre l’ha bevuto. Ha coltivato la vite nel campo dietro casa e per secoli ha pigiato quel qualche quintale di uva per farne il vino da bere in famiglia. Poi si è affermato il vigneto specializzato, su grandi appezzamenti, applicando tecniche moderne di coltivazione. La piccola vigna si è così, pian piano, ritirata in angusti scampoli di suolo fino a diventare un esempio di “archeologia” rurale. Laddove è rimasto, il piccolo vigneto è diventato spesso “un luogo dell’anima” per chi lo ha coltivato negli anni, il luogo con la dimensione più vicina a quella della serenità e dell’equilibrio. (….) 

La bellezza di una vigna antica è un premio per chi l’ha coltivata con amore, per chi sa guardala e per chi godrà dei suoi frutti. La vigna antica acquisisce un valore spirituale, raccontando i sacrifici e i lunghi anni dedicati alla sua cura, intrecciando la storia dell’uomo ai tralci che si avviluppano ai sostegni. Una vigna storica è ancora presente nella prima periferia della città. Lungo Via Lombroso, a pochi passi dal parco del Mauriziano una antica vigna, dopo alcuni anni di abbandono, è stata acquisita a proprietà comunale.. Un pezzo di agricoltura “storica” si è salvata dal processo di urbanizzazione, diventa una importante testimonianza della nostra cultura, del nostro paesaggio e delle nostre radici storiche. Come ogni cosa lasciata all’abbandono per molti anni, anche la vigna di Via Lombroso ha subito le ingiurie del tempo e dell’età. Ma ha resistito e, dopo una cura che le dovrà dare nuova vitalità, potrà tornare ad essere un patrimonio della nostra collettività ed un “museo” vivo della nostra storia.

La sua funzione sarà quella di far conoscere la coltivazione della vite secondo criteri del nostro passato, dare spazio alle scuole ed alle famiglie per fare esperienze di raccolta dell’uva e produzione del vino. Il primo parziale recupero della vigna di Via Lombroso è stato effettuato con l’intervento di potatura a spese del Comune e con il lavoro dei soci della nostra Associazione che ha impegnato l’opera di volontari per circa 60 ore di impegno. Ora si dovrà procedere al consolidamento o, dove necessario, dei sostegni della vite per rendere più fruibile lo spazio a chi vorrà vivere le grandi emozioni che la vite sa ancora dare. E’ un lavoro particolarmente importante che potrà effettivamente mettere la vigna in condizioni di essere vissuta da soggetti che la vogliono conoscere e amare.

Un anonimo, pieno di acume, un giorno ha scritto: “Per fare un buon vino occorre un folle per coltivare la vigna, un saggio per accudirla, un artista per lavorare il succo dell’uva, un amante per berlo, un poeta per cantarlo”.

Guardandoci bene intorno possiamo trovare anche fra i soci del Gabbiano tutte queste figure e tanti reggiani pronti a collaborare.

Edi Righi

vigna1

La casa colonica del Mauriziano

Scampata recentemente all’abbattimento per far posto a due condomini grazie ai vincoli che “Il gabbiano” era riuscito ad ottenere parecchi anni fa dal Ministero per i Beni culturali, gode oggi di precaria salute. Gli acciacchi del tempo si fanno sentire , qualche crepa nei muri maestri come le rughe di vecchiaia negli essere umani si fanno vedere e la sua stabilità comincia ad essere problematica.

Recentemente divenuta di proprietà pubblica, gode di parecchia attenzione: il Gabbiano ha presentato, trovando consenso, un progetto per la realizzazione di una FATTORIA DI ANIMAZIONE AMBIENTALE (….) a disposizione delle scuole all’interno del percorso partecipativo promosso dalla Amministrazione Comunale per la realizzazione del parco lineare del Rodano.

Un percorso durato parecchi anni la cui progettualità ancora non ha prodotto tutti gli effetti prospettati. Poca discussione è stata data alla definizione delle priorità e oggi la casa colonica risente di mancanza di fondi per la sua sistemazione statica.

Qualche passo è stato fatto, si sta procedendo al recupero della vigna di via Lombroso, si sta procedendo alla messa in sicurezza delle aree di pertinenza della casa per poterle utilizzare fin da subito per la realizzazione delle strutture esterne della fattoria di animazione come gli orti, la stabulazione diurna degli asinelli, le arnie delle api e anche l’utilizzo a titolo di magazzino delle parti accessibili della casa.

Questo è nello stesso tempo un punto di forza e di debolezza perché esiste il rischio concreto che si realizzino le attività più marginali a bassissimo investimento e poi le si utilizzi per dire che qualche cosa è stato fatto e che, mancando le risorse, null’altro si può fare lasciando così la casa colonica al suo triste destino inesorabilmente orientato al crollo. Sarebbe uno spreco enorme , non solo perché la casa è una ricchezza come immobile e come testimonianza storica, ma anche perché il percorso partecipativo, durato anni, è costato tantissimo in termini di impegno personale dei volontari e di lavoro per l’amministrazione pubblica; non vorremmo che si concludesse poi con la perdita di un prezioso oggetto come la casa colonica.

Positiva la richiesta di finanziamento alla Fondazione Manodori fatta dall’Amministrazione Comunale per ristrutturare staticamente la casa ma non basta; se quella richiesta non potesse essere accolta è necessario predisporre le risorse per la messa in staticità dell’immobile.

Occorre evitare che la casa colonica faccia la stessa fine del Follo che per chi non lo sapesse è quel rudere fronte  via Emilia che assieme all’Esquirol rappresenta la vergogna del quartiere.

Salvare , valorizzare e utilizzare queste strutture è un fatto socialmente positivo , in una fase di trasformazione sociale che questa crisi strutturale del nostro sistema economico produrrà.

Queste strutture sono beni comuni che devono essere messi al servizio della comunità valorizzando il volontariato ma anche chiamando a raccolta quelle forze economiche che da questo territorio hanno ricevuto tanto e ora hanno il dovere etico di intervenire per difenderlo.

Il rischio più grosso è che tutti pensino che, essendo una proprietà pubblica, il problema è di altri e nel tran tran quotidiano ci si avvii al disastro finale. Noi ci siamo , siamo disponibili ad impegnarci nella valorizzazione della casa, vorremmo però evitare di diventare vittime della burocrazia o dei giochi politici del palazzo che non ci appartengono.

Ci proponiamo di coinvolgere la cittadinanza per trasformare la casa colonica in una FATTORIA DI ANIMAZIONE AMBIENTALE a disposizione delle scuole e non solo. Chiunque sia interessato a questo nostro impegno ci chiami pure; garantiamo a tutti lo spazio per impegnarsi.

Marco Salardi

Casa colonica 1

Fattoria di Animazione Ambientale

Con la firma delle convenzioni fra il comune di Reggio Emilia e l’associazione Il Gabbiano si  posa la prima pietra della fattoria di Animazione Ambientale.

Si comincia con le aree circostanti la casa colonica posta a fianco del Mauriziano, l’area agricola potrà essere utilizzata per ospitare orti didattici per le scuole  è/o corsi di formazione , attività di pet-terapy, animazione con animali da compagnia e da cortile, sperimentazioni didattiche sulle fonti energetiche alternative ecc.

Le attività sono innumerevoli, (…..) occorre individuare i soggetti che desiderano attuarle, come le scuole, associazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale ecc.,  e il ruolo del Gabbiano consiste proprio nell’individuare questi soggetti informandoli delle opportunità esistenti, coordinando la loro attività nell’area e creando sinergie fra tutti questi soggetti.

Facciamo degli esempi: La Vigna di via Lombroso può essere gestita dalle scuole per far vedere ai bambini la vendemmia, la pigiatura  e la trasformazione del mosto in sughi.

La produzione della vigna può essere utilizzata dall’associazione degli assaggiatori di aceto balsamico per organizzare l’acetaia del Mauriziano da collocare nella casa colonica.

Acetaia che a sua volta può essere utilizzata dalle scuole ma anche per corsi di formazione per adulti  per l’autoproduzione dell’aceto balsamico e da percorsi turistici che sappiano abbinare la cultura del Mauriziano con le delizie del palato.

Il parco del Mauriziano , l’area di riequilibrio ecologico di via Lombroso e la vigna possono essere laboratori aperti per corsi di formazione di potatura per adulti .

Di esempi se ne possono fare tanti, l’importante è che i soggetti che sono interessati ad avviare attività didattiche in questo luogo, salvato in passato ad opera del Gabbiano dalla cementificazione, si attivino con delle proposte operative sulle quali costruire dei progetti condivisi.

Condivisi vuol dire che le attività che li si faranno devono essere discussi e sostenuti da tutti i soggetti che desiderano partecipare alla vita collettiva della fattoria.

La festa che si fa a Maggio serve anche a diffondere la conoscenza di questo luogo, ad indicare possibili attività e a mantenere viva l’attenzione della popolazione locale sulla necessità di completare l’opera di ristrutturazione della casa colonica prima che crolli sotto il peso dell’età e dell’incuria.

Occorre però che anche l’amministrazione Comunale prenda atto che è venuto il tempo delle decisioni, bisogna assolutamente ristrutturare la casa colonica , così come indicato nel percorso partecipativo, e se non ci sono i soldi intanto si predisponga il progetto e con quello si chiamino le forze economiche di Reggio a dare il proprio contributo, investire sulla formazione è pensare al futuro

Bozza area Casa colonica

 

2) Terre di Reggio Emilia

Nella festa dello scorso anno, all’interno del nostro giornalino, abbiamo resa pubblica la nascita della rete acqua suolo, una associazione che si doveva occupare di difesa della terra non edificata nella quale Il Gabbiano è parte attiva

Arduo e ambizioso compito che però non ha ridotto la capacità di sognare di coloro che hanno messo tanta passione in questa avventura.

Fortemente motivati dai dati sulla spaventosa urbanizzazione del Prg 99, che ha portato la cementificazione dal 16 al 24%  ridotto il territorio agricolo dal’   84 al 76 %  (…..) e dai dati del censimento agricolo che indicano una forte diminuzione delle aziende di piccole e medie dimensioni a favore dei grandi latifondi, hanno fatto una proposta.

Infatti a distanza di un anno dal convegno svoltosi all’Università di Modena e Reggio, nel quale sono state monitorate altre esperienze già esistenti, la Rete Acqua Suolo presenta un progetto operativo per Reggio Emilia denominato Terre di Reggio Emilia

Progetto complesso che richiede ampia illustrazione ma che può essere introdotto con pochi flash.

Si tratta di mettere insieme molte persone che con un modesto contributo dilazionato nel tempo consentano di far nascere una struttura, modello cooperativa a proprietà indivisa o similari,  che acquisti  terreni agricoli da mettere a disposizione di coloro che desiderano coltivare in modo naturale la terra per delle derrate alimentari sane, consumate a KM zero.

Struttura no profit i cui riferimenti principali sono sicuramente i GAS ( Gruppi di Acquisto Solidali) che possono garantire il ritiro dei prodotti ma anche vigilarne la qualità , la finanza Etica come supporto finanziario non speculativo , i produttori agricoli insediati nel territorio disponibili ad una agricoltura naturale , i disoccupati intenzionati ad utilizzare la propria forza lavoro per un modello di sviluppo basato sulla solidarietà anziché la competizione fra gli individui, i cittadini che desiderano un sistema economico rispettoso degli equilibri e che contribuisca al miglioramento della qualità ambientale anzichè all’inquinamento.

Una opportunità per tutti questi soggetti di sottrarre territorio non cementificato alla speculazione  e valorizzarlo dal punto di vista ecoproduttivo ricevendone in cambio benefici sulla qualità della vita.

Soggetti chiamati, oltre che ad un contributo economico, a controllare con la loro partecipazione la vita della “cooperativa” nella quale ogni partecipante conta per uno a prescindere dalla sua ricchezza , importanza , carica istituzionale  o titolo nobiliare che dir si voglia, insomma una forma di democrazia economica che lavora per la trasformazione dell’attuale modello basato sulla finanziarizzazione della società e delle menti degli individui.

Nei prossimi mesi si faranno parecchie presentazioni di Terre di Reggio Emilia sia ai soggetti sopra citati che a semplici cittadini chiunque sia interessato a partecipare può mandare i propri dati cognome nome email e telefono a ilgabbianore@gmail.com e prima o poi sarà chiamato.

Marco Salardi

Terre di REGGIO